Nel 1932 Brecht realizzo' la commedia Teste tonde teste a punta , un triste periodo dove si assiste al passaggio dalla Repubblica di Weimar al Terzo Reich.
"In un paese immaginario, in piena crisi economica, la rivolta della
gente ormai alla fame rischia di travolgere il Potere. I ricchi
possidenti trovano una soluzione : distrarre il malcontento popolare dalle sue vere cause
trasformando lo scontro di classe in scontro razziale. Cosi' avviene lo scontro fra le due etnie Teste tonde da una parte e Teste a punta dall'altra Alla fine l’obiettivo
sarà raggiunto: i ricchi di nuovo saldamente al potere ed il popolo più
oppresso di prima."
In una commedia del 1932 ritroviamo l'attualità dell'oggi.
Ogni giorno assistiamo ad episodi che richiamano al razzismo piu' feroce e l'attuale mondo politico sdrammatizza, ci viene detto di non strumentalizzare il razzismo evitando di soffermarsi su un qualcosa di grave, una scintilla pronta ad esplodere ed il boom in un attimo. Sdoganare certe coscienze violente è semplice, altrettanto è un attimo per scatenare la caccia all'umano "diverso" sia per colore che per comportamento. Lo si dice ormai da anni, da anni gli scenari europei mostrano una nostalgia verso un passato abbastanza recente, eppure durante ogni crisi l'elettorato civile,le cosiddette brave persone che rispettano le leggi e pagano le tasse, amano eleggere personaggi che convincono solo perchè hanno a portata di mano la soluzione piu' semplice, coloro che reprimono e risolvono nello stesso tempo.
L'avvento di un nuovo fascismo già apparso nel mondo lavorativo attraverso uno sfruttamento giovanile sempre piu' accentuato, giunge sino ad evidenziare quale sia lo scontro delle diversità:io ero qui prima di te che sei emigrato, io ho piu' diritto di te a ricevere un lavoro e una casa, IO vengo prima, IO sono italiano.Lo slogan è sempre lo stesso, il disco rotto che continua a puntare il dito e a creare emarginazione. Si puo' fermare? Un certo tipo di elettorato come i pentastellati ne è contento? Va fiero di un alleato che ha a cuore solo il bene degli italiani e non osa nemmeno parlare di rimpatri?E' orgoglioso di tutto quanto sta accadendo?
"Segavano i rami sui quali erano seduti.
E si scambiavano in gran voce le loro esperienze
di come segare piu’ in fretta,
e precipitarono
con uno schianto,
e quelli che li videro scossero la testa segando
e continuarono segare.”
B. Brecht
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martedì 31 luglio 2018
lunedì 30 luglio 2018
LA CONTRACCEZIONE E' UN DIRITTO !
Estate significa vacanza, divertimento soprattutto per le giovani generazioni. Non esistono spot pubblicitari, o siti informativi che invitino oppure indichino strutture alle quali i nostri giovani possano rivolgersi per scegliere una contraccezione adeguata ad ogni situazione.Eppure soprattutto in questi momenti l'importanza di un'adeguata educazione sessuale si fa particolarmente sentire. Un'argomentazione che andrebbe affrontata in ambiente scolastico ,una grave mancanza a cui ancora oggi il nostro Paese sembra non voler far fronte . Un buon sistema scolastico dovrebbe provvedere ad informare le nuove generazioni, a renderle partecipi di quanto accade in periodi di grandi cambiamenti come l'adolescenza, cosi' se dall'ambiente scolastico non partono nuovi metodi di conoscenza non solo dal punto di vista sessuale ma anche nel riconoscere altri modi d'amare ,non potremo mai affrontare a viso aperto problematiche come l'omofobia ed il femminicidio.
Per quanto riguarda l'educazione sessuale il consultorio pubblico, rimane comunque un punto di riferimento importante in qualsiasi comune, dove in genere vi è sempre uno spazio riservato ai giovani Un luogo dove il confronto con i terapeuti frutta sempre buoni consigli.
Oggi esistono svariati metodi per proteggersi da malattie devastanti come l'AIDS , di cui non si parla piu' ma che continua a mietere numerose vittime. Il preservativo è il SOLO contraccettivo che protegge contro le malattie sessualmente trasmissibili e dall'AIDS.
Oltre alla contraccezione piu' conosciuta pillola,spirale,diaframma,impianto sottocutaneo esiste la contraccezione d'emergenza CPC chiamata anche pillola del giorno dopo a cui si puo' ricorrere se il preservativo si è rotto, dopo un rapporto senza contraccezione o dopo l'utilizzo di metodi non sicuri. Per averla ci si puo' rivolgere direttamente in farmacia se si è maggiorenni mentre per le minorenni occorre la ricetta del medico o del consultorio.
Il consiglio spassionato per tutte le giovani generazioni è quello di informarsi e di proteggersi.
Salute e contraccezione sono un diritto facciamolo nostro!
Per quanto riguarda l'educazione sessuale il consultorio pubblico, rimane comunque un punto di riferimento importante in qualsiasi comune, dove in genere vi è sempre uno spazio riservato ai giovani Un luogo dove il confronto con i terapeuti frutta sempre buoni consigli.
Oggi esistono svariati metodi per proteggersi da malattie devastanti come l'AIDS , di cui non si parla piu' ma che continua a mietere numerose vittime. Il preservativo è il SOLO contraccettivo che protegge contro le malattie sessualmente trasmissibili e dall'AIDS.
Oltre alla contraccezione piu' conosciuta pillola,spirale,diaframma,impianto sottocutaneo esiste la contraccezione d'emergenza CPC chiamata anche pillola del giorno dopo a cui si puo' ricorrere se il preservativo si è rotto, dopo un rapporto senza contraccezione o dopo l'utilizzo di metodi non sicuri. Per averla ci si puo' rivolgere direttamente in farmacia se si è maggiorenni mentre per le minorenni occorre la ricetta del medico o del consultorio.
Il consiglio spassionato per tutte le giovani generazioni è quello di informarsi e di proteggersi.
Salute e contraccezione sono un diritto facciamolo nostro!
COME NASCONO LE BANDIERE?
Serena Campani ,insegnante del Giga Gruppo Insegnanti Geografia Autorganizzati, ha curato la recensione dl libro di Geraldina Colotti-Dopo Chavez .Come nascono le bandiere che volentieri pubblichiamo
Come nascono le bandiere? Quale situazione è andata delineandosi in Venezuela dopo la morte di Chávez? Ce lo racconta Geraldina Colotti nel suo ultimo libro.
Di Serena Campani, Gruppo Insegnanti Geografia Autorganizzati.
Sono così oggi le nostre bandiere.
Il popolo le ricamò con amore,
cucì gli stracci con la sofferenza.
Con mano ardente conficcò la stella.
E tagliò, da camicia o firmamento,
l’azzurro per la stella della patria.
Il rosso, goccia a goccia, già nasceva.
Pablo Neruda, Canto General
Come nascono le bandiere? Quale situazione è andata delineandosi in Venezuela dopo la morte di Chávez? Ce lo racconta Geraldina Colotti nel suo ultimo libro.
Di Serena Campani, Gruppo Insegnanti Geografia Autorganizzati.
Sono così oggi le nostre bandiere.
Il popolo le ricamò con amore,
cucì gli stracci con la sofferenza.
Con mano ardente conficcò la stella.
E tagliò, da camicia o firmamento,
l’azzurro per la stella della patria.
Il rosso, goccia a goccia, già nasceva.
Pablo Neruda, Canto General
E’ uscito lo scorso Febbraio, Dopo Chávez. Come nascono le bandiere,
l’attualissimo libro di Geraldina Colotti, giornalista e scrittrice
esperta di America Latina e di Venezuela in particolare, a cui è
dedicato questo suo ultimo lavoro. Si tratta di un saggio che ripercorre
le vicende del popolo venezuelano dalla morte del suo presidente Hugo
Chávez, avvenuta il 5 Marzo del 2013, alle votazioni del 30 Luglio 2017
per eleggere l’Assemblea Costituente.
E’ composto da sei ricchi capitoli,
più una parte introduttiva e una conclusione, dove l’autrice sottolinea
il carattere in divenire della situazione venezuelana: nel momento in
cui il libro andava alle stampe infatti si iniziava a parlare delle
elezioni presidenziali che poi hanno visto riconfermato alla guida del
paese, il 20 Maggio 2018, Nicolas Maduro.
Pagina dopo pagina il lettore viene
catapultato oltre oceano e può percepire dalle sapienti parole della
scrittrice tutto quell’amore che essa prova per la splendida terra
venezuelana e per il suo popolo che sta portando avanti un percorso
verso il socialismo dal 1999, quando Chávez ha assunto, previa elezione
popolare, la presidenza del Venezuela.
In questi 20 anni molte cose sono
cambiate: Chávez non c’è più e al suo posto governa Maduro, che forse
non avrà lo stesso carisma del suo predecessore, ma che si è anche
trovato a combattere con una congiuntura economica avversa – in cui il
prezzo del petrolio è fortemente diminuito creando così danni
all’economia venezuelana che su quello si basava- e con l’elezione del
presidente Trump alla guida degli Stati Uniti, cosa che non ha certo
giovato allo stato latinoamericano.
Si tratta di una narrazione che spazia
dalla storia alla geopolitica, che propone riflessioni economiche anche
complesse, ma sempre con quello stile che caratterizza Geraldina
Colotti come la “voce chiara” dell’America Latina. Di forte impatto
emotivo l’overture con lo struggente racconto della morte di
Chávez, resa particolarmente coinvolgente grazie alle tecniche narrative
utilizzate con maestria dalla scrittrice, che sa alternare momenti
lirici a tono più asciutti ed essenziali quando si addentra in questioni
più tecnico-economiche. Emerge un quadro complesso e articolato, in cui
un paese ricco di risorse naturali si deve salvaguardare dallo
sfruttamento delle multinazionali ma tenta al contempo di far decollare
l’economia seguendo un percorso verso il socialismo che inevitabilmente
lo pone in contrasto col sistema capitalistico globale. La Colotti entra
in profondità anche in questioni di carattere ambientalistico –per
esempio analizzando la situazione dell’Arco minerario dell’Orinoco- e
affrontando la faccenda da molteplici punti di vista.
Si tratta quindi di un libro denso di
riflessioni, e di informazioni che fanno scaturire tali ragionamenti e
interpretazioni, di esperienze vissute in prima persona dall’autrice che
trascorre diversi periodi dell’anno in Venezuela e che da anni segue da
vicino il susseguirsi degli eventi.
Degna di nota infine l’amara constatazione della guerra “mediatica” in corso portata avanti da giornali e televisioni mainstream
che, ponendosi in un’ottica palesemente filostatunitense, spesso
distorcono le informazioni riguardanti le vicende venezuelane portando
l’opinione pubblica verso rotte sbagliate.
Tutto è perfettibile e migliorabile,
l'autrice ne è consapevole, e non manca di sottolineare aspetti su cui
sarà necessario lavorare ancora a lungo, ma al contempo non può non dare
l’appoggio ad un “proceso” che sta portando a miglioramenti
sociali ed economici, nel campo dell’istruzione e della uguaglianza di
genere e che si trova osteggiato pesantemente con l’embargo statunitense
che non solo non permette di riconoscerne a pieno i meriti ma che lo
danneggia deliberatamente.
“La libertà delle donne è la
principale cartina di tornasole del livello raggiunto da una società”.
Geraldina dedica pagine intense alla condizione della donna nella
società venezuelana nel secondo capitolo al paragrafo Ni una menos, ni una mas.
Ma la visione di genere che essa propone non ha nulla a che fare col
femminismo di tradizione borghese. Si tratta al contrario di una visione
di classe, che infuocherà gli animi delle compagne che avranno la
possibilità di leggere questo scritto o di confrontarsi direttamente con
la scrittrice su questo tipo di tematiche durante le presentazioni del
libro in programma in tutta Italia nei mesi a venire.
domenica 29 luglio 2018
L' UMANITARISTICO TRAFFICO DI ESSERI UMANI DI R.MASSARI E F.KOWORNU
Pubblichiamo volentieri articolo apparso su Pisorno .it
Nel testo che segue non si parla quindi del fenomeno dell’immigrazione o degli «sbarchi» in quanto tali. Si parla del traffico internazionale di esseri umani e quindi del crimine contro ogni principio di umanità rappresentato dagli «imbarchi», punto terminale di una rete criminale internazionale. Questa è sempre esistita, ma si è rafforzata negli ultimi anni per ragioni che non sono sempre chiare avendo essa delle connivenze negli apparati statali dell’Italia e della Libia, in primo luogo, ma anche di Turchia, Spagna ecc., oltre ai paesi di provenienza. Per queste ragioni desidero dare la massima visibilità alla lettera che segue, di Fred Kuwornu, regista italiano di origini ghanesi, che dice con franchezza ciò che io penso da molto tempo e che le cifre dimostrano in maniera inoppugnabile: vale a dire che tutta questa storia umanitaria degli imbarchi/sbarchi è gestita da mafie nazionali e internazionali come traffico di esseri umani, una vera e propria «tratta» del XXI secolo.
Essa cominciò sfruttando l’emotività
psicologica provocata dai primi naufragi di gommoni (e forte è il
sospetto che essi fossero provocati ad arte) e proseguì come incentivo a
un esodo di massa dall’Africa e dall’Asia, violando tutte le norme
della civiltà, del rispetto della persona umana, della salvaguardia
della vita, creando traffici di prostituzione e nuovo schiavismo, e
danneggiando anche la condizione economica dei paesi di provenienza. So
di essere colpevolmente in ritardo, perché da tempo era arrivato
l’obbligo morale di gridare forte che tutti coloro che favoriscono in un
modo o in un altro il commercio degli imbarchi sono complici più o meno
preterintenzionali di questa rete criminale. Essa parte da paesi
lontani come il Bangladesh (che è il secondo gruppo etnico per quantità
di profughi in questa tratta camuffata da richiesta di asilo politico e
proprio il Bangladesh sta a dimostrare che l’asilo politico non c’entra
niente, è solo un pretesto), passa per l’Africa centrale e arriva alle
sponde del Mediterraneo. Che queste cose le dica un intellettuale di
origini ghanesi (e quindi africane) può forse aprire delle brecce nel
cervello della presunta area «progressista» che con le sue campagne
umanitarie sugli sbarchi non si rende conto di favorire gli imbarchi,
col loro triste seguito di morti o di gommoni fatti affondare
appositamente per suscitare la reazione umanitaria dei media.
Questo non significa che non si debbano accogliere tutti coloro che riescono ad arrivare sulle coste italiane: ciò è fuori discussione.
Ma significa che se non si vuole essere
moralmente corresponsabili delle morti per annegamento e del traffico
criminale che si svolge prima e dopo gli sbarchi, si deve impedire che
avvengano gli imbarchi, si deve cioè intervenire duramente e prima di
subito nei luoghi in cui ha origine la tratta. Ma per farlo non c’è
altra via che la distruzione fisica delle imprese criminali che
gestiscono il traffico…
Aggiungo che il governo attuale non dice nulla sulla politica dei rimpatri.
Questa è non solo cinica barbarie
(visti, al di là di altre considerazioni, anche i sacrifici finanziari e
rischi della vita che hanno corso queste povere vittime del traffico di
esseri umani), ma non si dice al contribuente che il costo medio
unitario per ogni rimpatrio si aggira intorno ai diecimila euro (incluso
il ritorno in prima classe in aereo dei due agenti di scorta previsti
per ogni povero diavolo rimpatriato)…
Per centinaia di milioni di persone, il
sogno di abbandonare l’Asia e l’Africa per raggiungere l’Europa è antico
quanto il colonialismo che ha impoverito questi continenti. Ma non è
antico, anzi è recentissima, la costruzione di una rete internazionale
che dietro il versamento di cifre altissime per la povera gente che le
paga, e a rischio della vita sui barconi, riesce a far entrare masse di
migranti in Europa, senza passare per le dogane, gli aeroporti e senza
documentazione. Agli inizi venivano chiesti dalle mafie del traffico
almeno 1.000 euro a persona (cioè una cifra mostruosa per i poveri
d’Asia e d’Africa), ma ora queste cifre sono in aumento (per il traffico
dalla Grecia si parla di quasi 3000 euro) oltre alle estorsioni prima
dell’imbarco di cui parla anche Fred Kuwornu. E chi dopo l’arrivo in
Libia (dopo settimane o mesi di sofferenze) non le può pagare o non può
pagare i supplementi richiesti, nell’impossibilità di tornare indietro
può vedersi ridotto allo stato di schiavitù nei campi profughi libici e
in altri lager gestiti da bande criminali e funzionari statali corrotti.
La prostituzione femminile è spesso l’ultima possibilità che rimane per
pagare le cifre richieste dai negrieri. E comunque è sempre la
prostituzione cheattende molte di queste donne una volta
«sbarcate» sulle coste italiane, quando vengono riprese in ostaggio da
altre reti criminali legate alle stesse reti che le hanno trasportate.
La differenza con il sogno del passato
di emigrare in Europa e la possibilità di realizzarlo concretamente è
stata data a un certo punto dalla prassi di accettare gli immigrati
purché arrivassero via mare, su barconi e altri mezzi di fortuna e non
tramite permessi consolari, aerei charter ecc. È stata una mossa (non
saprei dire fino a che punto voluta dal governo italiano di Renzi) che
ha fatto credere a centinaia di milioni di persone che quella dello
sbarco marittimo (camuffato da richiesta di asilo politico) fosse
finalmente la porta spalancata a chiunque per entrare in Europa. È stata
cioè una speranza rinfocolata artificialmente, quasi un invito a
mettersi in cammino (dal Bangladesh, dal Medio Oriente, dall’Africa
centrale ecc.) procurandosi con qualsiasi mezzo i 1.000 euro da pagare
alle bande criminali e disposti ad affrontare i rischi del viaggio.
Con l’intervento delle Ong quei rischi si sono ridotti al minimo e quindi anche l’afflusso è cresciuto a dismisura.
In questo senso le Ong sono state
complici «tecniche» della nuova tratta. E comunque ogni viaggio se lo
facevano pagare profumatamente (si parla di almeno 240.000 euro a
viaggio, ma ovviamente è difficile avere certezza sulle cifre, costi
accessori, tangenti ecc.). Spero però che nessuno creda più alla buona
fede di queste «agenzie di trasporti» che nulla hanno a che vedere con
lo spirito originario delle Ong che in alcuni casi e in alcuni paesi
ancora permane. Sulle illusioni di tanta povera gente hanno speculato le
bande criminali e la filiera addetta al trasporto marittimo.
Il tutto perché la nostra «civiltà» italiana ed europea non consente che chi è desideroso di immigrare in Europa lo faccia con un volo charter da meno di 100 euro a testa, sbarcando legalmente e civilmente all’aeroporto di Fiumicino.
No, la bestiale ricerca di denaro, di lavoratori o lavoratrici da super sfruttare col lavoro nero, dnuova manovalanza da reclutare a traffici di ogni genere, fa sì che l’entrata possa avvenire solo pagando le bande criminali, solo rischiando la vita, solo consegnandosi ad altre bande criminali attive in Italia e in Europa. Questa differenza i benpensanti nostrani sembrano non capirla, ma io la ripeto: perché non si entra gratis e legalmente da Fiumicino, invece che pagando le mafie e illegalmente dal mare? Invece di lamentarsi indignati ogni volta che un tentativo di sbarco si conclude tragicamente, invece di pensare ipocritamente solo al dramma degli sbarchi, si cominci a pensare al traffico degli imbarchi e si risponda alla mia domanda (che tra l’altro la gente comune già si pone da tempo, ovviamente senza ricevere risposte dalla nomenklatura politica). Ponendosi quella domanda, si comincerà a capire la natura mostruosa del crimine rappresentato dal traffico di esseri umani e dalla rete degli imbarchi. La ex pseudo sinistra, divenuta nel frattempo semplice massa d’opinione progressista, è totalmente in malafede col suo piagnisteo su chi muore durante i viaggi organizzati dai trafficanti di esseri umani. Non avendo più ideali di emancipazione sociale in cui credere, si affida al buonismo umanitario che, come spesso è accaduto nella storia dell’umanità (dalle riserve con vaccinazione antivaiolo per i nativi americani all’odierno traffico assistito di esseri umani) serve solo a nascondere il senso di colpa individuale e collettivo nei confronti di Paesi che sono stati rovinati proprio dalle politiche colonialistiche, prima, e imperialistiche, poi, di quegli stessi Stati dei quali ora si vorrebbe diventare sudditi.Il traffico di esseri umani, in risposta ad uno dei tanti articoli sull’immigrazione di Fred Kuwornu
- Il traffico di esseri umani nel mondo frutta 150 miliardi di dollari alle mafie, di cui 100 miliardi vengono dalla tratta degli africani.
- Ogni donna trafficata frutta alla mafia nigeriana 60 mila euro. Trafficandone 100mila in Italia, la mafia muove un giro di 600 milioni di euro all’anno.
Nessun
africano verrebbe di sua volontà, se sapesse la verità su cosa lo
attende in Europa. Non mi infilo nell’eterna guerra civile italiana
basata su fazioni e non contenuti, ma da afrodiscendente italiano e
immigrato ora negli Stati Uniti credo sia arrivato il momento di parlare
e trattare l’immigrazione, o meglio la mobilità, come un problema e
fenomeno strutturale che ha vari livelli e non come uno strumento per
fare politica o da trascinarsi come i figli contesi di due genitori che
li usano per il loro divorzio come arma di ricatto.
Secondo stime dell’ONU ogni anno sono
trafficati milioni di esseri umani con una stima di guadagno delle mafie
di 150 miliardi di dollari di fatturato ripeto 150 miliardi (le allego
la news di AlJaazera non de Il Giornale o il Fatto Quotidiano). Io non
so se lei ha mai vissuto o lavorato nell’Africa vera e che Africani
conosce in Italia, o se da giornalista si informa su testate anche non
italiane, ma il traffico di esseri umani con annessi accessori vari
(bambini, organi, prostituzione) non è un fenomeno che riguarda solo
l’Italietta dei porti si o porti no ma è un fenomeno globale che fattura
alle mafie africane, asiatiche e messicane 150 e ripeto 150 Miliardi di
dollari all’anno. Questi soldi poi non vengono certo redistribuiti alla
popolazione povera di questi paesi ma usati per soggiogarla ancora di
più con angheriogni genere, destabilizzarne i già precari equilibri politici, reinvestirli in droga e armi.
Si è mai chiesto perché, a parità di
condizioni di povertà e credenza che l’Europa sia una bengodi, quelli
che arrivano da Mozambico, Angola, Kenya sono pochissimi, o quelli che
arrivano dal Ghana (il Ghana che è il mio Paese d’origine ha un PIL del
7% e una situazione di assenza di guerre e persecuzioni) provano a
venire? Perché esiste una cosa chiamata Mafia Nigeriana che pubblicizza
nei villaggi che per 300 euro in 4 settimane è possibile venire in
Italia e da lì se vogliono andare in altri Paesi Europei. Salvo poi
fregarli appena salgono su un furgone aumentandogli all’improvviso la
fee di altri 1000$, la quale aumenta di nuovo quando arrivano in Libia,
dove gliene chiedono altri 1000$ per la traversata finale. Il tutto non
in 4 settimane come promettono, ma con un tempo di attesa medio di un
anno.
In tutto questo ci aggiungo minori che
vengono affidati a donne che non sono le loro veri madri e che poi
spariranno una volta sistemate le cose in Europa e di centinaia di donne
che saranno invece dirottare a fare le prostitute, ognuna delle quale
vale 60mila euro d’incasso per la mafia stessa. Solo trafficandone
100.000 verso l’Italia la mafia nigeriana muove un giro di affari di 600
milioni di euro all’anno. A questo si somma quello che perde l’Africa:
risorse giovani. Ho conosciuto ghanesi che hanno venduto il taxi o le
proprie piccole mandrie per venire in Europa e ritrovarsi su una strada a
elemosinare o a guadagnare 3 euro all’ora se gli va bene, trattati come
bestie, e che non riescono neanche a mettere ovviamente da parte un
capitale come era nei loro progetti. E anche se desiderano tornare non
lo faranno mai per la vergogna perché non saprebbero cosa dire al
villaggio, non saprebbero come giustificare quei soldi spesi per
arrivare in Europa, anzi alimentano altre partenze facendosi selfies su
facebook che tutto va bene per non dire la verità, per vergogna, e
quindi altri giovani (diciottenni, non scolarizzati) cercano di venire
qui perché pensano che sia facile arricchirsi.
Che senso ha sostenere che questo traffico di schiavi e questa truffa criminale della mafia nigeriana, come quelle asiatiche in Asia, deve continuare? A chi fa bene? Non fa bene al continente africano, non fa bene al singolo africano arrivato qui perché al 90 per cento entra in clandestinità e comunque non troverà mai un lavoro dignitoso, non fa bene all’Italia, che non ha le risorse economiche e culturali per gestire e sostanzialmente mantenere tante persone che non possano contribuire, specialmente in un Paese dove il 40% dei coetanei di questi giovani africani è già senza un lavoro, e non fa bene neanche all’immagine che l’europeo ha dell’africano perché lo vede sempre come una vittima, un povero, un soggetto debole.
Questo da africano, ma anche essere umano, è l’atteggiamento più razzista che ci sia, oltre che colonialista, perché non aiuta nessuno se non le mafie e chi lavora in buona o malafede in tutto questo indotto legato alla prima assistenza. Con 5 mila dollari è più facile aprire una piccolattività in molti Paesi dell’Africa che venire qui a mendicare, e se solo fosse veramente chiaro e divulgato questo concetto il 90 per cento delle persone non partirebbe più probabilmente neanche in aereo per l’Italia. Specialmente chi ha forse la quinta elementare e 20 anni. Non è lo stesso tipo d’immigrazione di 30 anni fa dove molti erano anche 30enni, alcuni laureati, ma molti con diploma superiore e comunque trovavano lavori nelle fabbriche e in situazioni dignitose.
Non conosco la situazione delle ONG che
si occupano dell’assistenza marittima, ma conosco benissimo quelle che
operano in Africa e la maggioranza sono solo un sistema parassitario.
Per i maggiori pensatori Africani e veri leader politici una delle prime
cose da fare è proprio cacciare dall’Africa tutte le ONG perché seppure
il personale che ci lavora è in buonafede, i giovani volontari, il
sistema ONG serve a controllare e destabilizzare l’Africa da sempre,
oltre che creare sudditanza all’assistenza, senza contare il giro
finanziario di donazioni e sprechi fatti dalle ONG per mantenere
dirigenti sfruttando l’immagine del povero bambino africano. Basta con
questo modo di pensare controproducente, razzista e ignorante. Sarebbe
curioso vedere qualcuna di queste ONG fare iniziative a Scampia mettendo
nelle pubblicità le foto di qualche bambino napoletano. Siamo stanchi
di questa strumentalizzazione che fate su questo tema per i vostri
motivi ideologici o le vostre battaglie di fascisti o antifascisti sulla
pelle di un continente di cui conoscete poco o che avete romanticizzato
e idealizzato e che usate per mettere a posto la vostra coscienza o
lenire i sensi di colpa del vostro status privilegiato. E’ ora di fare
analisi serie e porre in campo soluzioni concrete vincenti, non di
avvelenare i pozzi di un partito o dell’altro, perché chiunque vinca
perde l’Africa.
Sarebbe bello un reportage di Edo State in qualche villaggio per capire a che livello di furbizia, cattiveria, fantasia criminale sono arrivati e scoprirete che forse solo trasportare e illudere un giovane analfabeta di vent’annni e la sua famiglia è il minimo che questa potentissima e sottostimata organizzazione criminale fa ogni giorno, sfruttando la disperazione e ignoranza delle gente di cui alcuni disposti a tutto, persino a vendere un figlio appena nato per 100 dollari. Se questo verrà tollerato ancora i rischi non saranno solo per l’Italia, ma anche per i Paesi Africani dove oltre al problema di dittatori si aggiungerà quello di Narcos del livello della Colombia di Escobar o del Messico di El Chapo con ancora più morti e sottosviluppo di quello che già c’è.
articolo da Pisorno.it
martedì 24 luglio 2018
CELEBRAZIONI A PADERNO RITO COSTOSO
Ogni Comune fa storia a se', cosi' se in quelli limitrofi chi si sposa con rito civile, vuole una cerimonia sobria con la presenza dei soli testimoni lo puo' attuare a costo zero ,in quel di Paderno Dugnano non è possibile.
Qualsiasi scelta ha un costo pari a euro 150 sia per chi usufruisce della splendida Villa Gargantini, sia per chi opti per un'anonima stanza comunale. Ancora una volta i cittadini non hanno vie d'uscita devono sborsare denaro , altra problematica sono i riti funebri, esiste un piccolo luogo coperto dove officiare una cerimonia laica? Un posto che possa accogliere per qualche ora chi non è credente e che dovrebbe essere situato all'interno di ogni area cimiteriale?
Possibilità importanti a cui troppo spesso si ovvia con una sola soluzione .escludendo chi fa scelte diverse.
La discriminazione spesso non viene percepita, neppure dai diretti interessati: più è radicata, meno è visibile.
(Tommaso Giartosio)
Qualsiasi scelta ha un costo pari a euro 150 sia per chi usufruisce della splendida Villa Gargantini, sia per chi opti per un'anonima stanza comunale. Ancora una volta i cittadini non hanno vie d'uscita devono sborsare denaro , altra problematica sono i riti funebri, esiste un piccolo luogo coperto dove officiare una cerimonia laica? Un posto che possa accogliere per qualche ora chi non è credente e che dovrebbe essere situato all'interno di ogni area cimiteriale?
Possibilità importanti a cui troppo spesso si ovvia con una sola soluzione .escludendo chi fa scelte diverse.
La discriminazione spesso non viene percepita, neppure dai diretti interessati: più è radicata, meno è visibile.
(Tommaso Giartosio)
lunedì 23 luglio 2018
ELIANA COMO J'ACCUSE !!!
Riportiamo volentieri l'intervento di Eliana Como al direttivo nazionale CGIL di oggi 23.07.2018
Prima di iniziare, ci tengo a dire una cosa che non c’entra con questa discussione. È avvenuta un po’ di tempo fa, ma aspettavo a dirla a voce alla segretaria generale ed è la prima volta che la vedo. Ho letto dei commenti disgustosi sulla nostra partecipazione – e in particolare sulla sua presenza – al Pride di Roma. Su una foto (bella!) di Susanna accanto a due gay, ho letto commenti pieni, non soltanto di omofobia, ma anche di misoginia. E siccome penso che prima di tutto siamo una organizzazione di uomini e donne (per fortuna!), ci tenevo a dare a Susanna, di persona, la mia solidarietà.
Ora però ho cose un po’ più sgradevoli da dire. Nell’introduzione la segretaria ha detto che, di fronte alla situazione politica che stiamo vivendo abbiamo la straordinaria opportunità di fare migliaia di assemblee per parlare con i lavoratori e le lavoratrici. E ha detto che, tanto più in questa fase e con questo clima, è importante avere la più alta partecipazione possibile a questo congresso.
Guardate, io sono d’accordo, ma non mi torna qualcosa! Perché quello che vedo io, da quando è iniziato il congresso, ormai un mese intero, è esattamente il contrario: le assemblee proprio non si fanno (ci sono intere categorie e territori che dal 20 giugno non hanno fatto mezza assemblea) oppure si fa di tutto perché non ci si possa confrontare.
Allora, visto che la segretaria nell’introduzione ha lamentato che ci sarebbe da parte di chi sostiene il secondo documento “poco senso di appartenenza”, vi dico cosa invece non piace me di quanto sta accadendo in questo congresso. E sono tante cose, credetemi, però – diciamo così – su alcune “sorvolo”. Sorvolo non significa affatto che mi vanno bene. Ma solo che qui “sorvolo”… (si fa per dire).
Sorvolo, per esempio, sulle assemblee dello SPI convocate nelle sedi del PD. È accaduto a Genova e a Bologna.
Sorvolo su assemblee dove votano in migliaia con seggi aperti cinque giorni senza alcuna comunicazione alla commissione di garanzia. È accaduto a Roma, all’ospedale Bambin Gesù.
Sorvolo sulle assemblee spostate a blocchi di 10, tutte insieme. Non so per quale evento improvviso o imprevedibile, se non il fatto che si fossero segnati per partecipare i relatori del secondo documento. Dove poi mi segno io, salvo rare eccezioni, “rimandata a data da destinarsi”. È accaduto alla Fiom di Firenze.
Sorvolo anche sulla incredibile diversità di partecipazione: dove sono presenti i relatori del secondo documento (qualche decina di persone); dove noi non ci siamo, sono tutti presenti tutti e tutti votano.
Sorvolo anche sul fatto che non ho ancora visto – giuro! – una stampa del documento. Susanna, se i documenti brevi servivano a non distribuire le sintesi e consegnare invece i documenti interi, sappi che invece non si consegnano né gli uni né gli altri.
Sorvolo qui in questa sede. Ripeto, non perché sia disposta a lasciar perdere, tutt’altro. Minoranza sì, ma ingenui proprio no!
Il punto è che, sebbene sia relativamente più giovane di quasi tutti voi, non è il primo congresso che faccio. E peraltro li ho fatti tutti in minoranza. Anzi quasi tutti. Perché un congresso, quello del 2010, mi è pure capitato di farlo nella maggioranza della mia categoria (minoranza nella Cgil, ovviamente). Quando era la mia categoria a presentare un documento alternativo e a pretendere il rispetto della democrazia e della pari dignità. Anche se forse per qualcuno è storia così passata da esserselo dimenticato.
Lo sapevo che MAI ci sarebbe stata pari dignità nella presentazione dei due documenti. Che le CGT sarebbero state autoreferenziali, che ci sarebbero stati i seggi aperti per giorni. Non vengo qui a fare Alice nel paese delle meraviglie. Lo sapevamo anche quando abbiamo difeso nella commissione del regolamento la possibilità stessa che ci fosse un documento con il 3% del direttivo e si potesse presentarlo nelle assemblee. Vi ricordate, no? Discussione e regole che abbiamo tutti condiviso. Tanto che, piaccia o meno (e qualcuno non piace proprio), in questo congresso ci sono due documenti, perché quelle regole abbiamo condiviso.
Allora, sorvolo su tutto questo, ma non tollero (e non capirei come potreste tollerare voi) che quanto sta accadendo in questa prima fase del congresso va bene oltre la pure sacrosanta illusione della pari dignità dei documenti, perché si sta umiliando e mortificando un documento e con esso (cosa ben più grave) i compagni e le compagne che lo sostengono.
Non posso tollerare che si convochino assemblee congressuali in aperto contrasto con i delegati di fabbrica, programmandole durante il periodo di ferie, che sia il 31 luglio o il 4 settembre, come è accaduto a Firenze alla Gkn.
Non posso tollerare che un segretario generale si arroghi a tal punto del suo potere di convocare le assemblee da impedire di farle quando le propone il funzionario e i delegati, rimandandole chissà quando a settembre, quando probabilmente quei lavoratori saranno in cassa integrazione. Rispondendo come se niente fosse: le assemblee si fanno quando come e SE lo decido io. È successo alla Same di Treviglio, 18 delegati su 22, tutti dell’area e 600 iscritti alla Fiom.
Non posso tollerare che in alcune fabbriche di Brescia, i funzionari della Fiom possano a tal punto sostituirsi al padrone, dal mettersi loro a dire chi può entrare in fabbrica a fare l’assemblea e tenere fuori un COMPAGNO della stessa categoria ma di un territorio accanto, regolarmente accreditato presso la Commissione di garanzia. “Tu sei di Bergamo, cosa vuoi qui a Brescia”. Con il padrone disponibile a farti entrare e il funzionario Fiom che ti tiene fuori. Sostenendo poi in una lettera alla Commissione “oggi si sono presentati a fare il congresso PERSONE non meglio conosciute che si sono qualificati come relatori del secondo documento”. Estranei insomma. Parliamo di compagni del Comitato centrale della FIOM, del direttivo regionale della FIOM e persino del direttivo della CGIL Lombardia.
E, finisco, non posso tollerare che si possa dire a una compagna di questo direttivo nazionale che NON può andare a fare una assemblea congressuale nella catena di supermercati dove lei stessa lavora perché, per non si capisce quale strana regola inventata a questo congresso, si è annunciata solo 36 ore prima invece che 48 (ma anche qui, mica è l’azienda che fa problema, è la segretaria organizzativa). È successo alla Filcams di Bologna. E fin troppo garbata è stata la compagna da non forzare e pretendere di entrare lo stesso, per non creare tensioni di fronte ai lavoratori e alle lavoratrici. Come d’altra parte hanno fatto a Brescia, i compagni del secondo documento: fin troppo bravi a non raccogliere le provocazioni, nonostante siano stati pesantemente insultati e in qualche caso più o meno aggrediti. Ragione per cui, ve lo dico subito, non mi venite a dire (già alludeva a questo l’introduzione), che sono i nostri compagni a offendere o perdere la calma. Non me lo dite, perché talmente tanto è falso che per dimostrare che noi insultiamo, ho sentito che si citano comunicati non nostri, di organizzazioni politiche di cui proprio non rispondo. E si vede che se si citano comunicati di altri è proprio perché non si è trovato di meglio cercando tra i nostri documenti.
E non mi dite nemmeno: fai ricorso. Certo che lo faccio. L’ho già fatto! Ma il tema non è il regolamento, o meglio non è solo il regolamento. Il punto è politico. Risponde così anche la CGN, sul quesito che su questi episodi ho presentato e che, giustamente!, mi risponde esattamente che non può esprimersi perché il punto è politico, non regolamentare. Per questo lo porto qui a questo direttivo. Certo che il punto è politico, perché attiene al rispetto di compagni e compagne di questa organizzazione, indipendentemente dalla loro opinione. Non si tratta nemmeno della dignità di un documento! Si tratta di rispetto dei nostri compagni.
Lo dico soprattutto a te Susanna, visto che hai detto nell’introduzione che avremmo “poco senso di appartenenza”. Chi ha poco senso di appartenenza? Delegati che si prendono giorni di ferie per andare a fare assemblee nelle quali non li fanno nemmeno entrare oppure segretari che rispondono “si fa come quando e se voglio io” e si sostituiscono al padrone con “tu in questa fabbrica non entri perché non sei di Brescia”.
E saremmo noi ad avere “poco senso di appartenenza”?!!! Ma che dobbiamo fare più di così per dimostrare senso di appartenenza! Oppure “senso di appartenenza” significa che non dobbiamo avere una posizione differente da quella della maggioranza! Quello continuerò ad averla, finché le regole me lo consentiranno, non ci sono dubbi. Poi se volete, mi metto anche la spilletta della Cgil per dimostrarvi senso di appartenenza. Se me la regalate, la metto anche subito.
E guarda, Susanna, ho denunciato dei casi specifici, nominandoli per nome e per cognome. Tu nell’introduzione hai citato una condizione generica. Ti invito a circostanziare episodi che pensi violino il nostro senso di appartenenza. Se ci sono cosa di cui devo rispondere come prima firmataria del documento, sono disposta a farlo anche subito. Altrettanto però chiedo a te e alla segreteria di rispondere a quello che ho appena denunciato io.
Eliana Como
Prima di iniziare, ci tengo a dire una cosa che non c’entra con questa discussione. È avvenuta un po’ di tempo fa, ma aspettavo a dirla a voce alla segretaria generale ed è la prima volta che la vedo. Ho letto dei commenti disgustosi sulla nostra partecipazione – e in particolare sulla sua presenza – al Pride di Roma. Su una foto (bella!) di Susanna accanto a due gay, ho letto commenti pieni, non soltanto di omofobia, ma anche di misoginia. E siccome penso che prima di tutto siamo una organizzazione di uomini e donne (per fortuna!), ci tenevo a dare a Susanna, di persona, la mia solidarietà.
Ora però ho cose un po’ più sgradevoli da dire. Nell’introduzione la segretaria ha detto che, di fronte alla situazione politica che stiamo vivendo abbiamo la straordinaria opportunità di fare migliaia di assemblee per parlare con i lavoratori e le lavoratrici. E ha detto che, tanto più in questa fase e con questo clima, è importante avere la più alta partecipazione possibile a questo congresso.
Guardate, io sono d’accordo, ma non mi torna qualcosa! Perché quello che vedo io, da quando è iniziato il congresso, ormai un mese intero, è esattamente il contrario: le assemblee proprio non si fanno (ci sono intere categorie e territori che dal 20 giugno non hanno fatto mezza assemblea) oppure si fa di tutto perché non ci si possa confrontare.
Allora, visto che la segretaria nell’introduzione ha lamentato che ci sarebbe da parte di chi sostiene il secondo documento “poco senso di appartenenza”, vi dico cosa invece non piace me di quanto sta accadendo in questo congresso. E sono tante cose, credetemi, però – diciamo così – su alcune “sorvolo”. Sorvolo non significa affatto che mi vanno bene. Ma solo che qui “sorvolo”… (si fa per dire).
Sorvolo, per esempio, sulle assemblee dello SPI convocate nelle sedi del PD. È accaduto a Genova e a Bologna.
Sorvolo su assemblee dove votano in migliaia con seggi aperti cinque giorni senza alcuna comunicazione alla commissione di garanzia. È accaduto a Roma, all’ospedale Bambin Gesù.
Sorvolo sulle assemblee spostate a blocchi di 10, tutte insieme. Non so per quale evento improvviso o imprevedibile, se non il fatto che si fossero segnati per partecipare i relatori del secondo documento. Dove poi mi segno io, salvo rare eccezioni, “rimandata a data da destinarsi”. È accaduto alla Fiom di Firenze.
Sorvolo anche sulla incredibile diversità di partecipazione: dove sono presenti i relatori del secondo documento (qualche decina di persone); dove noi non ci siamo, sono tutti presenti tutti e tutti votano.
Sorvolo anche sul fatto che non ho ancora visto – giuro! – una stampa del documento. Susanna, se i documenti brevi servivano a non distribuire le sintesi e consegnare invece i documenti interi, sappi che invece non si consegnano né gli uni né gli altri.
Sorvolo qui in questa sede. Ripeto, non perché sia disposta a lasciar perdere, tutt’altro. Minoranza sì, ma ingenui proprio no!
Il punto è che, sebbene sia relativamente più giovane di quasi tutti voi, non è il primo congresso che faccio. E peraltro li ho fatti tutti in minoranza. Anzi quasi tutti. Perché un congresso, quello del 2010, mi è pure capitato di farlo nella maggioranza della mia categoria (minoranza nella Cgil, ovviamente). Quando era la mia categoria a presentare un documento alternativo e a pretendere il rispetto della democrazia e della pari dignità. Anche se forse per qualcuno è storia così passata da esserselo dimenticato.
Lo sapevo che MAI ci sarebbe stata pari dignità nella presentazione dei due documenti. Che le CGT sarebbero state autoreferenziali, che ci sarebbero stati i seggi aperti per giorni. Non vengo qui a fare Alice nel paese delle meraviglie. Lo sapevamo anche quando abbiamo difeso nella commissione del regolamento la possibilità stessa che ci fosse un documento con il 3% del direttivo e si potesse presentarlo nelle assemblee. Vi ricordate, no? Discussione e regole che abbiamo tutti condiviso. Tanto che, piaccia o meno (e qualcuno non piace proprio), in questo congresso ci sono due documenti, perché quelle regole abbiamo condiviso.
Allora, sorvolo su tutto questo, ma non tollero (e non capirei come potreste tollerare voi) che quanto sta accadendo in questa prima fase del congresso va bene oltre la pure sacrosanta illusione della pari dignità dei documenti, perché si sta umiliando e mortificando un documento e con esso (cosa ben più grave) i compagni e le compagne che lo sostengono.
Non posso tollerare che si convochino assemblee congressuali in aperto contrasto con i delegati di fabbrica, programmandole durante il periodo di ferie, che sia il 31 luglio o il 4 settembre, come è accaduto a Firenze alla Gkn.
Non posso tollerare che un segretario generale si arroghi a tal punto del suo potere di convocare le assemblee da impedire di farle quando le propone il funzionario e i delegati, rimandandole chissà quando a settembre, quando probabilmente quei lavoratori saranno in cassa integrazione. Rispondendo come se niente fosse: le assemblee si fanno quando come e SE lo decido io. È successo alla Same di Treviglio, 18 delegati su 22, tutti dell’area e 600 iscritti alla Fiom.
Non posso tollerare che in alcune fabbriche di Brescia, i funzionari della Fiom possano a tal punto sostituirsi al padrone, dal mettersi loro a dire chi può entrare in fabbrica a fare l’assemblea e tenere fuori un COMPAGNO della stessa categoria ma di un territorio accanto, regolarmente accreditato presso la Commissione di garanzia. “Tu sei di Bergamo, cosa vuoi qui a Brescia”. Con il padrone disponibile a farti entrare e il funzionario Fiom che ti tiene fuori. Sostenendo poi in una lettera alla Commissione “oggi si sono presentati a fare il congresso PERSONE non meglio conosciute che si sono qualificati come relatori del secondo documento”. Estranei insomma. Parliamo di compagni del Comitato centrale della FIOM, del direttivo regionale della FIOM e persino del direttivo della CGIL Lombardia.
E, finisco, non posso tollerare che si possa dire a una compagna di questo direttivo nazionale che NON può andare a fare una assemblea congressuale nella catena di supermercati dove lei stessa lavora perché, per non si capisce quale strana regola inventata a questo congresso, si è annunciata solo 36 ore prima invece che 48 (ma anche qui, mica è l’azienda che fa problema, è la segretaria organizzativa). È successo alla Filcams di Bologna. E fin troppo garbata è stata la compagna da non forzare e pretendere di entrare lo stesso, per non creare tensioni di fronte ai lavoratori e alle lavoratrici. Come d’altra parte hanno fatto a Brescia, i compagni del secondo documento: fin troppo bravi a non raccogliere le provocazioni, nonostante siano stati pesantemente insultati e in qualche caso più o meno aggrediti. Ragione per cui, ve lo dico subito, non mi venite a dire (già alludeva a questo l’introduzione), che sono i nostri compagni a offendere o perdere la calma. Non me lo dite, perché talmente tanto è falso che per dimostrare che noi insultiamo, ho sentito che si citano comunicati non nostri, di organizzazioni politiche di cui proprio non rispondo. E si vede che se si citano comunicati di altri è proprio perché non si è trovato di meglio cercando tra i nostri documenti.
E non mi dite nemmeno: fai ricorso. Certo che lo faccio. L’ho già fatto! Ma il tema non è il regolamento, o meglio non è solo il regolamento. Il punto è politico. Risponde così anche la CGN, sul quesito che su questi episodi ho presentato e che, giustamente!, mi risponde esattamente che non può esprimersi perché il punto è politico, non regolamentare. Per questo lo porto qui a questo direttivo. Certo che il punto è politico, perché attiene al rispetto di compagni e compagne di questa organizzazione, indipendentemente dalla loro opinione. Non si tratta nemmeno della dignità di un documento! Si tratta di rispetto dei nostri compagni.
Lo dico soprattutto a te Susanna, visto che hai detto nell’introduzione che avremmo “poco senso di appartenenza”. Chi ha poco senso di appartenenza? Delegati che si prendono giorni di ferie per andare a fare assemblee nelle quali non li fanno nemmeno entrare oppure segretari che rispondono “si fa come quando e se voglio io” e si sostituiscono al padrone con “tu in questa fabbrica non entri perché non sei di Brescia”.
E saremmo noi ad avere “poco senso di appartenenza”?!!! Ma che dobbiamo fare più di così per dimostrare senso di appartenenza! Oppure “senso di appartenenza” significa che non dobbiamo avere una posizione differente da quella della maggioranza! Quello continuerò ad averla, finché le regole me lo consentiranno, non ci sono dubbi. Poi se volete, mi metto anche la spilletta della Cgil per dimostrarvi senso di appartenenza. Se me la regalate, la metto anche subito.
E guarda, Susanna, ho denunciato dei casi specifici, nominandoli per nome e per cognome. Tu nell’introduzione hai citato una condizione generica. Ti invito a circostanziare episodi che pensi violino il nostro senso di appartenenza. Se ci sono cosa di cui devo rispondere come prima firmataria del documento, sono disposta a farlo anche subito. Altrettanto però chiedo a te e alla segreteria di rispondere a quello che ho appena denunciato io.
Eliana Como
NON POSSIAMO TENERLI TUTTI !!!!!
Chi di noi non ha mai sentito dire in qualche luogo pubblico "non possiamo mica tenerli tutti !" , il classico disco rotto che non vuol andare avanti , lo sdoganamento dei famosi discorsi da bar è imperante ,ormai dopo anni ha trovato nel suo rappresentante piu' popolare una voce che ogni giorno tuona e abbaia contro chi arriva disperatamente da lontano. Non a caso i nostri media sono ferocemente attivi ad ogni minima riflessione, battuta o quant'altro pur di distogliere l'attenzione su gravi problematiche di sopravvivenza che il Paese ormai vive di diversi anni.
Un governo che ancora non accenna a proporre politiche lavorative che aiutino e sblocchino situazioni incancrenite è quello che il popolo incantato ha voluto credendo a quel nuovo che prometteva un Eden difficile da trovare.
I giovani continuano ad esser precari, forse ancor piu' di prima, gli anziani invecchiano nei posti di lavoro, altri vi muoiono, eppure nulla fa decollare una nuova poltica lavorativa da cui ripartirebbe tutto. Dignità, diritti, sopravvivenza, cultura, sanità,umanità tutta roba vecchia da solaio. Difficile far cambiare idea a chi si rifugia nella tranquillità di quel piccolo orticello, immune da crisi, dove l'aria condizionata d'estate ed il riscaldamento d'inverno non mancano mai. Cosa vogliono tutte queste persone? Smettiamola di fare i buonisti, come se comportarsi umanamente fosse una colpa!
Riportiamo volentieri la riflessione di Stefano Galieni, la vera dimostrazione che fra i tanti "pour parler" da bar o da panchina ,esiste qualcuno che ha ancora bene in mente chi siamo ,cosa vogliamo e cosa facciamo!
Non è bastato per Josefa - dichiara Stefano Galieni, responsabile Immigrazione di Rifondazione Comunista - Sinistra Europea - dover restare 48 ore in mare con la certezza di morire prima di essere soccorsa in mare dall'equipaggio di Open Arms, l'Ong in questo momento più odiata da Salvini & company. Ci voleva la solita fake news che riprendeva le sue unghie con lo smalto per sminuirne la tragedia vissuta. Per fortuna un'ottima giornalista come Annalisa Camilli dell'Internazionale, che ringraziamo, ha smontato l'ennesima bufala per denigrare chi ha osato salvarsi. Di insulti ne arriveranno ancora altri ma questa figuraccia è la cifra di un pensiero diffuso di cui la Lega e il M5S sono oggettivamente portatori e che è necessario smontare in ogni momento. Ed è necessario continuare a denunciare quanto avviene sulle coste libiche, con la responsabilità del governo italiano e della cosiddetta Guardia costiera libica. Per questo, come Prc, partecipiamo oggi al presidio indetto da numerose realtà a sostegno dei migranti che si ritrovano oggi alle 18 a Roma, davanti al Teatro dell'Opera per avvicinarsi al Viminale».
Un governo che ancora non accenna a proporre politiche lavorative che aiutino e sblocchino situazioni incancrenite è quello che il popolo incantato ha voluto credendo a quel nuovo che prometteva un Eden difficile da trovare.
I giovani continuano ad esser precari, forse ancor piu' di prima, gli anziani invecchiano nei posti di lavoro, altri vi muoiono, eppure nulla fa decollare una nuova poltica lavorativa da cui ripartirebbe tutto. Dignità, diritti, sopravvivenza, cultura, sanità,umanità tutta roba vecchia da solaio. Difficile far cambiare idea a chi si rifugia nella tranquillità di quel piccolo orticello, immune da crisi, dove l'aria condizionata d'estate ed il riscaldamento d'inverno non mancano mai. Cosa vogliono tutte queste persone? Smettiamola di fare i buonisti, come se comportarsi umanamente fosse una colpa!
Riportiamo volentieri la riflessione di Stefano Galieni, la vera dimostrazione che fra i tanti "pour parler" da bar o da panchina ,esiste qualcuno che ha ancora bene in mente chi siamo ,cosa vogliamo e cosa facciamo!
Non è bastato per Josefa - dichiara Stefano Galieni, responsabile Immigrazione di Rifondazione Comunista - Sinistra Europea - dover restare 48 ore in mare con la certezza di morire prima di essere soccorsa in mare dall'equipaggio di Open Arms, l'Ong in questo momento più odiata da Salvini & company. Ci voleva la solita fake news che riprendeva le sue unghie con lo smalto per sminuirne la tragedia vissuta. Per fortuna un'ottima giornalista come Annalisa Camilli dell'Internazionale, che ringraziamo, ha smontato l'ennesima bufala per denigrare chi ha osato salvarsi. Di insulti ne arriveranno ancora altri ma questa figuraccia è la cifra di un pensiero diffuso di cui la Lega e il M5S sono oggettivamente portatori e che è necessario smontare in ogni momento. Ed è necessario continuare a denunciare quanto avviene sulle coste libiche, con la responsabilità del governo italiano e della cosiddetta Guardia costiera libica. Per questo, come Prc, partecipiamo oggi al presidio indetto da numerose realtà a sostegno dei migranti che si ritrovano oggi alle 18 a Roma, davanti al Teatro dell'Opera per avvicinarsi al Viminale».
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