Riceviamo articolo apparso su pisorno.it, un interessante sequenza di questioni correlate che vedono nuovi interessi sorgere a discapito sempre delle popolazioni native. Governi che difendono i piu' forti piuttosto che ritenere la giustizia elemento di distinguo e nuova umanità.
I conflitti per la terra in Patagonia sembrano non avere mai fine.
Imprese come Benetton chiedono alle autorità provinciali e nazionali di
proteggere le «loro» terre; terre in realtà sottratte al popolo Mapuche
I Mapuche resistono all’invasione e all’esproprio. Il termine
«mapuche» significa «gente della terra» («mapu» è terra, «che» è gente)
togliere a questo popolo le terre ancestrali, dove riposano gli antenati
e dove risiede la memoria, è condannarlo a morte. La Conquista del
deserto sembra continuare ai giorni nostri in Patagonia, con altre
sembianze, ma identici obiettivi. Gli eredi del generale Roca continuano
a marginalizzare, uccidere, perseguitare i popoli indigeni; a derubarli
dei loro territori.
I popoli originari subiscono una violenza sociale e strutturale da
parte del governo attuale, come di quelli che lo hanno preceduto; quando
essi protestano e resistono all’espulsione dalle proprie terre, si
risponde non con la ricerca di soluzioni e il rispetto, ma relegandoli
nell’indigenza, reprimendoli, accusandoli di compiere atti di violenza e
di essere legati a gruppi terroristici, rimproverando loro l’alleanza
con i kurdi e gruppi guerriglieri.
- La campagna contro i Mapuche gode della
complicità dei grandi mezzi di comunicazione, alleati del governo, di
alcuni giudici e di funzionari nazionali e provinciali che favoriscono i
grandi latifondisti, come Benetton, Lewis e Turner.
- Il Governo accorre ‘in difesa della
proprietà privata’ usando metodi repressivi, disconoscendo i diritti dei
popoli, intensificando la violenza sociale e strutturale.
- Il Governo argentino viola la
Costituzione nazionale, la Convenzione 169 dell’Organizzazione
internazionale sui diritti dei popoli indigeni e, mette gli interessi
delle multinazionali come Benetton al di sopra dei diritti dei popoli
originari.
Nelle province della Patagonia,
l’imprenditore italiano possiede all’incirca un milione di ettari
eppure, non pago della propria condizione di latifondista, continua ad
aggiungere nuove aree, a costo di espellere le comunità mapuche.
Benetton ha chiuso i cammini e ha recintato i terreni, impedendo ai
mapuche di condurre le mandrie al pascolo e alle pozze d’acqua; sostiene
che quelle terre appartengono all’impresa italiana della Compañía de
Tierras del Sur Argentino, con migliaia e migliaia di pecore,
piantagioni di soia, attività minerarie, esplorazione e sfruttamento di
risorse petrolifere e idriche. Alcuni anni fa la famiglia mapuche di
Rosa e Atilio Curiñao si rivoltò contro
Benetton, che li aveva espulsi manu militari dalle loro terre,
reclamando come propri ben 385 ettari.
Il quotidiano italiano la Repubblica, a
Roma, pubblicò una lettera aperta da me inviata a Benetton. Grazie
all’eco internazionale, riuscimmo a ottenere una riunione in Campidoglio
fra Benetton e i Curiñao, per trovare una soluzione al conflitto,
compreso il risarcimento danni, visto che l’impresa Tierras del Sur
aveva mandato le ruspe a distruggere la casa e le colture della
famiglia. Non si arrivò ad alcuna soluzione. Tuttavia Rosa e Atilio
decisero di resistere e tornarono sulle proprie terre, sopportando una
repressione e una sorveglianza continue da parte della polizia – che
proibiva perfino di accendere il fuoco in pieno inverno. Ma la capacità
di resistenza dei Curiñao è grande; sono ancora là.
Quando i Mapuche reclamano i propri
diritti, la risposta dello Stato è la repressione, non il dialogo.
Facundo Jones Huala, un capo (lonco) mapuche, l’anno scorso è
stato processato nella città di Esquel dal giudice federale Guido
Otranto che ne ha ordinato la liberazione; ma, cosa inquietante, il
tribunale era insediato nella caserma della Gendarmería Nacional.
Il giovane artigiano argentino Santiago
Maldonado, attivista a sostegno dei Mapuche e della liberazione di
Facundo Huala, stava partecipando il 1 agosto a una protesta,
violentemente repressa dalla Gendarmería Nacional. Inoltre, si sono
verificati diversi scontri, e la gerdarmeria è arrivata a ferire persone
con proiettili di piombo o di gomma; non sono stati risparmiati nemmeno
donne e bambini. Alcuni testimoni hanno riferito che Maldonando è stato
prelevato dalla polizia e caricato su una camionetta. A partire da
questo momento nessuno sa più dove egli si trovi, e le autorità negano
che le forze di polizia abbiano a che vedere con la sua sparizione.
La popolazione, le organizzazioni
sociali e quelle dei diritti umani sono mobilitate. Vivo lo hanno preso e
vivo lo rivogliamo, gridano in tanti, radunati sulla Plaza de Mayo,
insieme ai fratelli e ai familiari di Santiago.
A oltre un mese dalla scomparsa di
Santiago, la situazione è angosciante e la soluzione sembra lontana. Il
governo continua a negare ogni addebito e cerca di giustificare
l’ingiustificabile, usando la violenza contro i manifestanti a Plaza de
Mayo, nascondendo i misfatti della Gendarmería, tacendo sulla sparizione
del giovane artigiano.
I popoli del mondo, in questo caso il
popolo italiano, devono sapere quello che le imprese multinazionali del
loro paese fanno in altri paesi: i danni che provocano.
L’azienda Benetton deve dare spiegazioni
al popolo italiano e al mondo sulle proprie azioni in paesi terzi.
Chissà se avrà l’umiltà e la saggezza di agire con senso di giustizia,
riconoscendo che quelle terre non le appartengono, perché sono del
«popolo della terra». Espellendo i mapuche dai loro territori, si
uccidono i loro valori, la loro cultura, la loro spiritualità. Li si
condanna a morte.